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Arturo Perez Reverte. Il pittore di battaglie

Vite parallele. Andrés Faulques, il personaggio raccontato, e Arturo Pérez-Reverte, il narratore, sono fotografi di guerra. Leggendo si intuisce che Cambogia, Cipro, Libano, Eritrea, Sud America, Golfo Persico, ex Iugoslavia sono i teatri di guerra fotografati da Faulques e da Pérez-Reverte. Entrambi, a un certo punto della vita, hanno appeso la macchina fotografica al chiodo per cercare un ordine in grado di dare un senso a tutto.
La soluzione narrativa non va comunque cercata nella chiave autobiografica pura e semplice. Pérez-Reverte non ha alcuna intenzione di raccontare la sua vita pericolosamente vissuta. Il romanzo è la confessione di chi ha narrato la storia per immagini, ma è giunto alla conclusione che poco è riuscito a trasmettere della realtà delle cose. Nella lettera di dimissioni dalla televisione spagnola (1994) Pérez-Reverte spiega: “Ahora la television se ha convertida en un espetaculo y la gente mira Sarajevo, mira Bosnia, mira la telenovela de la tarde y a veces ni siquiera distingue lo que es real de lo que no es real”.
Ma per l’Autore il romanzo è anche – lo dice un’intervista del 2007 – un’occasione per trovare “serenità unita a lucidità … nessuno muore lucido e sereno se ha i cassetti di casa in disordine”, se, in altre parole, la memoria di una vita non ha un senso.
Pérez-Reverte affida a Faulques il compito di mettere ordine nei cassetti. Compito che il protagonista non assolverà da solo. Gli verranno in aiuto due personaggi affiancatigli con legami diversi (amore e odio). Olvido Ferrara, coprotagonista, compagna fedele che lo segue nei suoi servizi, anche lei fotografa. Appassionata d’arte riconosce nelle fotografie del compagno i segni di artisti famosi di tutti i tempi. Gli fa notare alcuni tratti della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, ma gli chiarisce anche che il pittore ha i pennelli, mentre la macchina fotografica impone limiti costrittivi, e poi ancora che, per abuso e per manipolazione, le fotografie hanno smesso di valere. “Non è il tuo modo di vedere che si è svalutato – gli dice Olvido – ma solo lo strumento che usi. Troppe foto… Il mondo è saturo di dannatissime foto”.
La donna gli dimostra, inoltre, che dopo le armi di ostruzione (muraglie, fortezze, fossati) e dopo le armi di distruzione, gli strumenti della comunicazione sono le armi contemporanee più efficaci. Finito il tempo dell’immagine asettica e innocente, quello che oggi uccide è indicare col dito, la designazione.

È quanto è accaduto a Ivo Markovic, l’antagonista, un reduce della guerra dei Balcani, soggetto di una fotografia di Faulques. Quella fotografia ha fatto il giro del mondo e gli ha cambiato la vita: prigionia per lui, morte violenta per la moglie e il figlio.
Markovic riemerge dal passato di Faulques per vendicarsi, per ucciderlo. Nel dialogo fra l’ex reporter e l’ex soldato, lungo quanto il romanzo e interrotto solo dai flashback in cui riappare Olvido Ferrara, Pérez-Reverte mette in campo i metodi del riordino: dalle geometrie del caos alle riflessioni sull’arte, dalla vendetta come soluzione della vita alla consolazione dell’arte come risposta di senso, dalla capacità del singolo di influenzare gli eventi all’impossibilità per il singolo di rappresentare una soluzione.
In una antica torre di guardia sulla costa spagnola, Faulques vive da eremita. Ha ripreso in mano i pennelli abbandonati da giovane quando aveva dovuto constatare che quello che dipingeva lo aveva già fatto qualcun altro. Allora gli mancava il talento. Adesso ha le conoscenze adeguate e l’esperienza esistenziale per affrontare la sfida.
I giorni di Faulques trascorrono nella realizzazione di un grande murale sulle pareti circolari della torre, un panorama pittorico della battaglia delle battaglie, dalla guerre più antiche a quelle del XX secolo, sintesi del tutto possibile per la ripetitività della storia. In Territorio Comanche, romanzo di Pérez-Reverte del 1995, Barlés, inviato della televisione spagnola sul fronte della ex Iugoslavia, anticipa la soluzione del murale di Faulques: “In realtà era sempre la stessa barbarie: da Troia a Monstar o a Sarajevo si trattava sempre della stessa guerra”.
Nella somma e nella combinazione di tante immagini prese dalla pittura e dalla fotografia, Faulques non aspira al capolavoro, cerca la prospettiva vera, l’immagine perfetta e compiuta che il singolo fotogramma gli ha negato. Solo l’artista, ormai ne è convinto, può raccontare la verità. Carboncino e pennello lo fanno sentire più vicino alla scena che sta “nella risacca della sua stessa memoria”.
Un’impresa difficile, ma preparata con “tutta la prudenza e l’umiltà” possibile: per anni ha raccolto documentazione, ha visitato musei, ha studiato la “mano” e la sensibilità dell’artista. Il murale riassume ventisei secoli di iconografia bellica: figure di guerrieri greci in terracotta rossa e nera, legionari della Colonna Traiana, l’arazzo di Bayeux, gli studi leonardeschi per la Battaglia di Anghiari, i massacri di Goya, i saccheggi e i roghi dipinti da Brueghel il Giovane, i murales di Rivera e di Orozco. Opere studiate in cerca di una chiave, di una spiegazione, di una soluzione raffigurativa vera e reale. Ma non solo quadri di battaglie, Faulques cerca risposte anche nelle incisioni inquietanti di Goya, in alcuni affreschi di Giotto e di Piero della Francesca, nei moderni De Chirico, Chagall e nei cubisti.
Il murale è alla fine completato, l’ombra di Olvido svanisce, non c’è più traccia di Markovic nella torre. Come sempre ogni mattina, Faulques farà una lunga nuotata nella baia sotto la torre, ma questa volta deve chiedersi “… cosa ci fosse più in là delle trecento bracciate…”.
Il messaggio del romanzo, da leggere con lentezza, sembra chiaro: davanti alle barbarie della storia “due sono le possibilità: la disperazione dell’idiota o la consolazione della cultura. La cultura, quella vera, è dannatamente importante. “Non ci metterà in salvo dal disastro – dice Pérez-Reverte in una intervista del 2008 – ma come un analgesico ci permetterà di sopportarlo meglio”. E si può aggiungere: la cultura al di là della tecnologia (la fotografia nel caso di Faulques) e al di là dell’odio (la vendetta, seppure incompiuta, nel caso di Markovic).

Recensione a cura di: Giustino Pasciuti

Arturo Perez Reverte, Il pittore di battaglie, Milano, Tropea, 2007 .
Genere: romanzo

Pubblicato: 19 aprile 2010 [Luca Maccarelli]