Jean Giono. Il Disertore
Fugge per mettersi al sicuro e ha paura dei gendarmi. Due certezze, il resto è mistero. Deve passare in Svizzera dalla Francia, sua terra d’origine. Dai valichi a nord del Lago di Ginevra sconfinano i contrabbandieri, si mettono in salvo i banditi, i delinquenti comuni e i perseguitati politici, i ricercati in ogni caso. Esiste un passaggio più pericoloso più a sud, pochi lo conoscono e lo praticano. È più sicuro. Nella Savoia nord-orientale, dalla valle della Drance sale al Pas-de-Morgins e scende nella valle del Rodano. Avrebbe fatto così.
Il racconto parte da quel passo alpino nel 1850. Inizia un’odissea? Ulisse conosce la meta, il nostro fuggiasco no, va solo avanti, deve evitare le strade più battute. È senza documenti, non può andare lontano: “Dio è indulgente, sono i gendarmi a cercare il pelo nell’uovo”. È tagliato per la fuga, di forte corporatura, asciutto, sa resistere al freddo, alla fatica, alla fame, corre come una lepre al solo apparire di una divisa. Dorme nei granai e nei fienili.
Il racconto si mantiene al principio sul filo dell’indagine: un casolare sperduto per una minestra calda in una notte di vento, un sentiero nel bosco, un pascolo alpino, la vista di un lago, foreste di larici, boschi di betulle, orticelli dappresso alle case. Indizi di un passaggio, tessere di una storia da assemblare per svelare il mistero della fuga e della colpa del Disertore. Un soprannome per chi ha tradito l’esercito? Ma non è certo. Allora l’identità potrebbe essere quella di chi fugge dalla società per un delitto, forse.
Jean Giono cerca le risposte negli archivi della gendarmeria, delle parrocchie; non basta e compie un’indagine sul campo sulle orme del Disertore ovvero di Charles Frédéric Brun, un pittore nomade di immagini religiose, colorate raffigurazioni di santi un po’ naif.
Seguendone la fuga, Jean Giono trova una dopo l’altra le opere del Disertore concentrate in una zona circoscritta del Vallese, in maggior numero nei pressi di Nendaz, a sud del Rodano. Dall’altra parte delle Alpi non ha lasciato nessun dipinto. Il narratore si pone e pone delle domande, formula delle ipotesi. Dalla prima opera in poi, un San Maurizio col viso di un Vallese del 1850, introduce il lettore nelle pieghe del personaggio. L’atmosfera di mistero non si scioglie, continua a incombere, come pressa il fuggiasco il terrore dei gendarmi, ma l’attenzione sul Disertore si stempera e si aggruma, piuttosto, intorno all’uomo e al pittore.
I colori, la tecnica, i quadri aggiungono tasselli via via indispensabili alla storia vera di Charles-Frédéric Brun e la storia narrata varia di tono dell’esposizione da ricerca storica alla narrazione umanissima della vicenda di un sans-papiers, di un clandestino che percepisce dall’esperienza costante della solidarietà “che esisteva forse in qualche luogo una specie di patria”, mentre quadro dopo quadro matura il dialogo coi semplici della valle fondato sulla sua arte povera.
Giono è attento a far parlare le carte, a riportare le notizie di cui dispone, le testimonianze, gli aneddoti e le leggende che ha raccolto per far transitare il Disertore da un passato senza speranze a un presente rianimato dalla motivazione per vivere.
Riceve aiuto il Disertore, mai nessuno gli fa domande, semmai è lui a dire qualcosa di sé.
Arriva a Salvan, a valle del Pas-de-Morgins, attaccato al grembiule di una anziana contadina che gli fa da guida sui sentieri sconosciuti. Incontra il parroco del paese, si confida. L’uomo accoglie l’uomo affamato, rotto dalla fatica, impaurito, braccato, il prete lo accompagna per un tratto di strada come un salvacondotto. Lo rassicura infine “ad ogni passo troverà la salvezza. Non la cerchi altrove che in se stesso; ma io sto predicando a un convertito”.
Sarà ancora una volta la solidarietà, non l’omertà, il significato del primo incontro a Nendaz. Il sindaco “era un brav’uomo tranquillo. I suoi piaceri erano semplici e consistevano soprattutto in colossali zuppe casalinghe”. L’inciso non è casuale, è il tratto di una persona semplice (dopo la contadina e il parroco di Salvan) che nulla chiede e che offre quello che può. Il sindaco non teme lo straniero che spunta dal bosco, né pensa a denunciarlo, avverte solo la cosa più urgente: dargli qualcosa da mangiare e un riparo per dormire. Il Disertore ha bisogno di aprire il cuore e gli rivela il suo nome, confida di temere i gendarmi, è senza documenti. Poi prende a disegnare, intinge i pennelli nella saliva, il sindaco di Nendaz capisce che è il suo lavoro, un lavoratore, un uomo che ha tanta maestria nel preparare i colori, nel raffigurare i santi, deve conoscere bene il suo mestiere e non può aver commesso malvagità.
Gli abitanti di Nendaz danno il soprannome a quello straniero un po’ folle. Non se ne meravigliano più di tanto, il matto del villaggio ha scambiato una miniera d’argento per un vestito di stoffa grossa. La stranezza che più li colpisce sta nelle mani bianche del Disertore, uniche in un paese dove anche le mani delle donne sono scure e callose.
Con quelle mani inusuali dipinge sotto i volti dei valligiani una intera “leggenda aurea” (santi giorgi, giacomi, maurizi, martini…), il catalogo è puntualmente citato da Giono.
Si guadagna così da mangiare e qualche soldo per comprare i colori, ma non è quello che cerca, vuole solo dire “grazie”. Affascina con le sue opere e cresce nella considerazione dei paesani e prende a vivere con un senso tutto legato alla sua arte. Vagabonda ancora, ma di piccolo cabotaggio, intorno al paese, e dipinge sempre, anche qualche soggetto profano. Viene accolto ovunque, è ormai parte della comunità, a suo modo. Rifiuta un letto caldo e continua a dormire nei fienili, preferisce il freddo e il poco mangiare, si nutre di radici, vive sempre in condizioni di estrema durezza, senza comodità. Per vent’anni sempre a Nendaz fino alla morte avvenuta nel 1871.
Durante quei vent’anni non aiuta nessuno a fare il fieno nei campi e nessuno lo rimprovera. Non chiede nulla quando dipinge e non gli chiedono nulla: “gli si mostra un rispetto profondo, una grande vittoria dell’arte sulla materia”. Sulla materia della alterità, della non identità, della necessità di sopravvivere in qualche modo.
Il Disertore, riflette Giono, ha disertato una società, quella della rivoluzione industriale, non l’esercito, “chi diserta è furbo e sa trattare coi gendarmi”, e non crede che sia stato un vescovo, un notaio o un assassino comune o politico o passionale.
Il Disertore si è fermato quando ha scoperto la possibilità di una “fuga nel profondo” della sua vita, riconoscendo una candida e straordinaria vocazione personale, grazie alla sua arte.
Recensione a cura di: Giustino Pasciuti
Jean Giono, Il Disertore, Milano, 2009 .
Genere: romanzo
Pubblicato: 15 aprile 2010 [Luca Maccarelli]
