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Vittorio Giacopini. Re in fuga. Romanzo

“Questo romanzo racconta (anche) fatti realmente accaduti e nessun personaggio è di fantasia. Ma solo questo: tutto il resto è invenzione, interpretazione arbitraria, tradimento. Meglio evitare equivoci: non è un saggio, non è una biografia. Il “vero” Fischer sta su un altro pianeta (e chi sia, davvero, chi sia stato davvero, resta affar suo, semplicemente”).

Sono partito dal fondo, così se volete leggere questo libro, che è molto coinvolgente, saprete a cosa andrete incontro a lettura finita. Sarete storditi da quell’effetto di smarrimento come succede dopo aver chiuso l’ultima pagina di altre opere analoghe quali “L’Atlante criminale” di Luigi Guarnirei, “Il signor Figlio” di Alessandro Zaccuri, “L’uomo che volle essere Peròn” di Giovanni Maria Bellù, ecc. Opere che un recente orientamento della critica, o almeno di una sua parte, ha battezzato: “Unidentified Narrative Object”, con un acronimo (o acrostico) “UNO”.

In effetti lo spaesamento deriva dal fatto che non si capisce mai bene a cosa ci si trova di fronte:  saggio storico, biografia, romanzo. Io direi che coesistono tutte e tre le componenti e quindi questo oggetto narrativo non appartiene a nessuna delle tre categorie. Al di là delle dichiarazioni dell’autore. Ma chiudiamola qui, per ora.

Parliamo di Re in fuga, che racconta di Bobby  Fischer, o di una finzione a nome Bobby  Fischer. Però con quel nome una persona reale è realmente esistita.

Mi ricordo, ero ragazzo, uno scacchista statunitense riuscì per la prima volta nell’impresa di sconfiggere i maestri russi, ritenuti allora imbattibili. Era il tempo della corsa alla luna tra russi e americani, quella cominciata con il lancio in orbita della cagnetta Laika, per capirci. Era il tempo dello scontro titanico alle Olimpiadi tra gli atleti degli USA e  dell’URSS, con i medaglieri esibiti per dimostrare se era meglio il capitalismo o il comunismo. Era il tempo della guerra fredda, o della guerra mancata. Per un pelo, ci raccontano adesso.

Mi ricordo poi che Bobby, o chi per lui, decise di non difendere il titolo mondiale, che  il russo Karpov divenne campione per abbandono dell’avversario e che, da allora, Bobby non giocò più – almeno in pubblico -  per circa venti anni. Forse Bobby comprese di essere diventato il simbolo di uno scontro tra potenze, e questo a lui non andava proprio a genio. O forse, negli anni del crollo del comunismo, venne messo da parte perché non serviva più. Si racconta che nel 1972, quando era ancora utile alla causa, si scomodò addirittura Henry Kissinger in persona per convincere il riottoso Bobby, che intendeva abbandonare l’incontro con Spasskij, a proseguire per l’onore degli USA.

Venne poi il momento del ritorno alla grande quando Bobby sfidò Spasskij e impose che la partita si tenesse nella ex Jugoslavia. Era il 1992, in pieno embargo da parte dell’ONU. Fischer venne incriminato e contro di lui fu emesso un mandato di cattura internazionale. Da allora non tornò più negli Stati Uniti. Dopo l’incontro, che si aggiudicò abbastanza facilmente, Fischer scomparve di nuovo e non si esibì più in pubblico.

La leggenda narra di un misterioso scacchista che su internet gioca partendo da aperture clamorosamente svantaggiose, ma riesce a battere ugualmente tutti. Fischer ha sempre negato di essere lui l’anonimo giocatore. E’ in questa fase che Bobby diventa il grande nemico dell’America, fino alla famosa dichiarazione, rilasciata ad una radio solo poche ore dopo l’attacco alle torri gemelle, quando afferma che gli Stati Uniti se lo sono meritato.

Eccentrico, pazzo, ribelle?

Ma al di là della vita di Fischer (quello vero, quello quasi vero, quello inventato) Giacopini ricompone con grande puntualità e in maniera del tutto fedele, sembra un paradosso, gli ultimi trenta anni di storia del nostro mondo. Lo sfondo epocale in cui si muove una leggenda che ha il nome di Bobby Fischer.

Pubblicato: 17 novembre 2008 [Paolo Pozzi]