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Paolo Teobaldi. Il mio manicomio. Romanzo

Sezione: Consigli di lettura | Argomenti: ,

Chi narra è Tilde, Matilde Manentini, infermiera all’ospedale psichiatrico di Pesaro per quarant’anni esatti, dal 1938 al 1978. Quarant’anni sono una vita.  Una vita passata con i matti nel “giardino delle delizie”, così era chiamato il manicomio che utilizzava in parte il Parchetto dei Duchi della Rovere, ove era stato ospite anche Torquato Tasso.

Tilde al manicomio ci arriva su segnalazione di una suora (la monaca di clausura a cui aveva aperto il suo cuore quando distrutta dal suo lavoro in segheria e da una cocente delusione d’amore aveva pensato di farsi monaca) e da dentro, dal manicomio, ci racconta la vita dei matti, dei medici, degli infermieri, delle suore. Ci racconta soprattutto di donne e uomini che soffrono, di donne e uomini che sono diventati oggetti di esperimenti. Tanto sui matti, soprattutto sugli agitati, si può provare tutto! E allora vai con  i coma insulinici, le docce fredde, gli elettroshock e le botte. E dopo con gli psicofarmaci.

Ma Tilde, anche se non ha cultura e ha fatto poca scuola, ha un’ idea precisa sulla pazzia “E le cause della follia erano facili da capire, possibile che i dottori non c’erano arrivati? Ci arrivavo io che avevo fatto solo la quarta: la miseria, le botte, le violenze, l’ignoranza, la guerra, l’emigrazione…”.  E siccome ha vissuto la miseria e le umiliazioni sa stare vicino ai matti, con infinita tenerezza e dedizione.

Tilde insieme alla vita dei matti narra la sua vita. Ci racconta di sua mamma che prega in latino pur essendo analfabeta, del padre che non ha mai conosciuto e di suo marito Delfo  diventato da pompiere a inserviente del manicomio, poi ambulante, poi ristoratore. Ci narra di sua figlia  Floriana che, dai genitori, viene avviata al liceo classico per poi studiare medicina ma che non ne vuol sapere di frequentare il liceo e di fare il medico, non ne vuol sapere proprio fino a diventare quasi anoressica. E infine ci parla anche delle sue aspettative: godersi la vecchiaia col marito e passare un po’ di tempo coi nipoti. Ma Delfo muore e Floriana figli non ne vuole. Non c’è spazio per i sogni.

E anche il manicomio finisce, viene chiuso. Su questo, come su tutto il resto, Tilde ha le sue idee: “Ma che ragionamenti sono? Se chiudi con la legge tutti gli ospedali psichiatrici, i matti dove vanno a finire? A casa loro, dice il dottorino Aldrovandi. E se la casa non ce l’hanno? E se a casa non li vogliono? E gli infermieri? Tutti a spasso?”

Tilde è una figura straordinaria e straordinario è il suo linguaggio. Teobaldi è stato infatti capace di creare un flusso narrativo fatto di parole, grammatica e sintassi perfetto rispetto al personaggio.

Sembra di ascoltare proprio lei che racconta una storia di sofferenza, la sua e quella dei suoi matti.

Pubblicato: 11 novembre 2008 [Paolo Pozzi]