Menu principale


1831-1832. Pandino. Tiburzio Tadino

È una fredda mattina di novembre del 1831; all’ufficio dell’Economo dell’Ospedale Maggiore di Lodi si presenta Maria Del Fante, una contadina che in passato ha servito il Luogo pio degli esposti, annesso all’Ospedale, come balia a pagamento. Conduce con sé un ragazzino lacero, scalzo e malnutrito, che ha incontrato sulla strada che da Lodi conduce a Dovera: è Tiburzio, un trovatello che su incarico dell’Ospedale aveva allattato tredici anni prima.

Tiburzio è fuggito dalla famiglia di Pandino a cui era stato affidato, dopo essere stato allevato dalla nutrice; la madre adottiva si è da poco risposata con un vedovo, ubriacone e manesco, che lo picchia, lo maltratta, lo priva del cibo e di vestiti adatti ad affrontare la stagione rigida. È una violenza voluta, dice il Commissario del distretto di Pandino in una relazione alla Delegazione provinciale, inflitta per allontanare il ragazzo da una famiglia che non ha più bisogno di lui. Il nuovo marito della madre ha già due figli, vivono tutti in paese e Tiburzio non è una risorsa per i lavori in campagna, ma una bocca in più da sfamare.

Il ragazzo fugge, infatti, e si presenta una prima volta all’Ospedale di Lodi; viene respinto e si rifugia dalla sua prima nutrice che lo riaccompagna a Lodi. Questa volta l’Ospedale fa la sua parte: il bambino è provvisoriamente riaccolto nel Luogo pio e sistemato nella “Famiglia” dei maschi, dove potrà restare fino ai diciotto anni. Forse la sua vecchia balia lo riprenderà…

Pubblicato: 28 maggio 2009