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1916. Guerra e follia. Un medico sul Carso.

L’errore forse era stato quello di volerlo far tornare a casa a tutti i costi.

Tutto era cominciato due anni prima, nel 1916, quando una granata era scoppiata nella infermeria a ridosso delle prime linee, sul Carso: le macerie lo avevano travolto ma lui, un po’ per caso, si era salvato. Era tornato a casa, era guarito, aveva concluso persino gli studi di medicina a Pavia e poi, da buon patriota, era tornato al fronte. Sottotenente medico. Ma qui di nuovo aveva dovuto fare i conti con la guerra: soccorrere e curare i suoi commilitoni devastati dai gas. Non aveva sopportato. Semplicemente non lo aveva sopportato. E da quel momento aveva cominciato a vivere dentro quegli incubi orrendi in cui tutto era confuso. Nel novembre del 1917 venne ricoverato all’Ospedale psichiatrico.

I medici che lo avevano in cura avevano ben avvertito che riportarlo a casa sarebbe stato un azzardo perchè lui non era in grado di vivere una vita normale. Ma il padre aveva insistito e così nell’estate del 1918 venne rilasciato.

Non si sa cosa avesse in testa quel giorno il povero Giuseppe. Era confuso, forse pensava di essere ancora nella sala operatoria lassù al fronte. O forse credeva di dover soccorrere qualcuno asfissiato dai gas. Non si sa. Sta di fatto che cercò di praticare una tracheotomia a quella povera vecchia inerme. Le incise la gola con un bisturi.

La giustizia lo assolse perché totalmente incapace di intendere, ma per lui si riaprirono le porte del manicomio. Per sempre.

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Pubblicato: 27 ottobre 2008